lunedì 17 novembre 2008

IL CAPPELLO MAGICO


Se pensate che sia solo un comune cappello di feltro, vi sbagliate. Se pensate che la sottile fascia scura di pregiato tessuto, che da capo a capo ne cinge la corona, lo renda semplicemente un distinto cappello da uomo, ebbene, nuovamente cadete in fallo. Sebbene esso abbia coperto il capo di molti uomini illustri, capi di stato, eminenti scienziati, ricchi uomini d'affari, uomini illuminati, questo di cui si parla non è un banale copricapo. Erano passati almeno 50 anni da quando il suo ultimo padrone, un importante uomo d'affari brasiliano, dopo una vita di successi, ormai vicino all'ora dell'addio,lo riportò nel bazar dove lo comprò. Il commerciante d'oltre oceano lo acquistò durante un viaggio a Parigi quando, ancora giovane gettò le basi del suo futuro impero commerciale. Oggi proprio come allora, il cappello fa bella mostra di sè, indossato dal manichino di legno dell'antico bazar, tuttora esistente nel quartiere ebraico di Parigi. Gli uomini d'oggi non indossano più il copricapo, solo pochi avezzi nostalgici amano ancora indossarne uno, per distinguersi, per darsi un'aria importante. Alberto Gervasi di professione architetto è uno di questi. Insolito come pochi, ama farsi confezionare gli abiti da un abile sarto veneziano. L'architetto non porta la cravatta ma possiede una fornitissima collezione di cappeli. Il primo fù un regalo del nonno materno, all'anagrafe Achille Bonomi, distinto impresario edile della brianza, il quale insegnò al nipotino l'importanza dello stile e dell'eleganza come presupposto fondamentale per uomini di successo. Aberto apprese bene quelle lezioni che il nonno, abile venditore, non impartiva con rigido rigore, ma lasciava che il loro significato s'imprimesse nella memoria del giovane, durante le narrature sotto il fico nel giardino del casale di famiglia. A Parigi per un viaggio formativo, Alberto assiste alla conferenza di un luminare, architetto genovese, il quale espone d'innanzi ad una platea di gruppi bancari, l'importanza dell'utilizzo di geometrie sacre nella cotruzione di edifici funzionali alle esigenze di istituti fnanziari e di credito. Durante la pausa pranzo, camminando per le vie della città, distratto dal vagare dei pensieri, con lo sguardo perso tra le vetrine, s'imbatte nel bazar custode del magico cappello. Come una folgore lo spirito del cappello colpisce lo sguardo distratto del giovane architetto. Tratta il prezzo con il commerciante ebreo. Lui non lo sa ancora, ma il primo passo che Alberto compirà fuori dal bazar con indosso il cappello, sarà il primo verso un futuro assurdo. Un futuro che è già passato. Passato sopito in un eterno presente. Alberto ora indossa il cappello e non ricorda più. Non ricorda davvero più il perchè della sua visita a Parigi. Piacere o affari? L'amore l'aveva forse potato lì? Mah?!? Totale amnesia. Questa non si rivela come sconforto e confusione, bensì come sensazione d libertà e d'innocenza vestita solo d'un sorriso e pochi frivoli pensieri. "Mi chiamo Alberto"- pensava - "sono qui a Parigi per..." e non poteva far a meno di sbellicarsi dalle risate che da un timido e sommesso sorriso mutavano in fragore e festa del non senso. Così, lungo le vie dei borghi, sui marciapiedi bagnati dalle secchiate dei fiorai che puliscono l'uscio delle loro botteghe, tra i crocevia dove agli angoli s'intersecavano profumi di paste e pasticcini che dai caffè permeavan l'aria fino a saturarla, insinuandosi tra le auto con autisti sempre di fretta, sempre altrove.....
così Alberto comincia il ricordo di Sè. Intendiamoci: non il sè stesso Alberto Gervasi architetto di professione, ma il Sè quello Vero, quello nascosto dietro ai titoli, le lauree, i valori, la morale, gli amori, la famiglia. Quel Sè che ha osservato quieto il divenire di Alberto per tutto questo tempo. Quel Sè che ha visto nascere Alberto e che lo ha visto morire milioni e milioni di volte. Quel Sè che è raccolto e che si dispiega solo nel proprio riflesso, nel sogno di una vita reale, di architetto italiano in viggio a Parigi. Ride Alberto, ride a denti spiegati su una bocca da Jocker, il matto, il sè stesso al contrario. Non sa perchè ride. Sa solo che quel riso così vivo è solo una conseguenza. Una conseguenza legittimata dal senso di gratitudine che ora lo pervade. Così vivo non lo è stato mai. Egli sa solo che ciò che desidera già ce l'ha. Possiede tutto. Tutto in potenza è suo e può liberamente desiderarlo e farne l'esperienza. L'amore di una donna stupenda, la ferrari che t'incolla al sedile, il castello lungo la Loira, i viaggi nei paesi più remoti, i paesaggi mozzafiato, il lavoro più creativo e appagante, la famiglia del mulino bianco, l'erba più verde, sempre più verde del vicino, la ricetta della torta di sua nonna ormai perduta - la torta e anche la nonna. Alberto si sente grato per questo, perchè ciò che desidera ce l'ha già, deve solo allungare la mano per assaporarne le forme e rendersi intimo con l'essenza dell'attrazione che anima il suo Desiderio. Capisce, nel rifugio dal mondo che il cappello rappresenta, capisce che la vita è desiderio, spinta convulsiva verso una spirale ascendente che non ha nè odore nè nome. "L'Angelo si distingue dall'umano perchè vola appagato dal suo desidero del quale vede l'inizio e la fine, nell'amore per sè stesso che avvolge la sua vita, senza il quale sarebbe uomo già seduto sulla culla della morte." Questo pensa. "Egli ama sè e le possibilità che con Sè sono nate. Nulla lo turba perchè sa che le possibilità sono la Realtà. La Realtà di chi sceglie che lo sian. Egli sceglie tutte le possibili realtà perchè per lui il tempo non è solo consequenziale, ma anche laterale. E' attraverso la lateralizzazione di esso che Egli sfugge alla morte e che rimane Sè stesso per sempre". Il cappello ha trovato il suo padrone. L'acceleratore di particelle che Alberto indossava come copricapo si è fuso con lui. Negli atomi di Alberto-non-Alberto ora risiede la sua coscienza. Nell'infinito riposa in un eterno movimento colmo di gratitudine. Lui che ha scelto Alberto come una delle possibili realtà. Ora l'ha reso partecipe e ora Alberto ha fatto pace con ciò che non pensava di essere. Ora egli infinitamente è utto ciò che pensa e non ha pensato di essere. Egli è tante volte Uno e nello Zero rivede il dorso di ciò che è stato e sempre sarà. Un sorriso semplice per un inizio così dolce, così dolcemente amaro, il ricordo di Sè.

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